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Raccolta di vecchi promemoria della Apple scoperti in uno store di Seattle



Circola la notizia che un utente di Reddit ha dichiarato di aver rinvenuto, in un negozio della Seattle Goodwill, una pila di documenti con il logo Apple risalente al 1979 .


La notizia del ritrovamento dei documenti scritta dall'utente vadermeer su Reddit (22 Febbraio 2017)


Quello che ha trovato è un corposo faldone di documenti del 1979 e del 1980 che dettagliano i dibattiti interni alla Apple sulla protezione dalla copia per i primi software da loro prodotti. Il tutto in 116 pagine tra carta intestata e appunti a mano libera.
A fondo articolo trovate i link per il download dell'intera documentazione.

È una testimonianza interessante che punta i riflettori degli archeologi informatici sugli sforzi della giovane azienda che intendeva praticare per bilanciare le esigenze di venditori e clienti.
Da questo scambio di vedute all'interno dell'azienda emergono figure di spicco come Randy Wigginton, noto soprattutto per essere stato l'impiegato numero 6 di Apple Inc., per la quale ha lavorato dal 1977 al 1980   (durante quel periodo ha contribuito allo sviluppo dell'Applesoft BASIC, delle routine per pilotare l'unità a floppy Disk II, dell'Apple III, del Macintosh File System e di MacWrite) .

Logo della Apple sulla carta intestata per le comunicazione interne


La conversazione ruota attorno agli sforzi di Apple di entrare nel mercato dei software aziendali. Wigginton scrive in un memorandum dell'agosto del 1979 che per farlo, l'azienda deve adottare un metodo valido per prevenire la pirateria.
Il progetto, guidato da Wigginton, è stato soprannominato SSAFE, o Software Security di Friends and Enemies di Apple.

Nella fase di pianificazione del progetto, la direzione ha previsto che Apple potrebbe addebitare agli sviluppatori di software una commissione di $ 500- $ 1.000 per poter implementare la protezione sui loro programmi.
Prevenire la pirateria incoraggerebbe anche lo sviluppo di software qualitativamente  migliore da parte di terzi, che potrebbero a loro volta aumentare le vendite dei sistemi Apple.
I memo in questione menzionano spesso anche un altro problema e cioè l'abitudine di molti utenti che alterano spesso i loro programmi, una pratica sempre meno ristretta e chiaramente molto precoce per  essere dei semplici hobbisti .

È interessante, almeno in questi documenti, che la vera priorità di Apple (anche prima del Macintosh) era quella di soddisfare il più ampio mercato di utenti che non conoscevano o si preoccupavano esattamente di come funzionava il loro software.

Molto affascinante è anche il modo in cui il progetto SSAFE tenta di affrontare in maniera costruttiva le velature di dubbi che vengono calate sull'efficacia  degli schemi di protezione di Steve Wozniak (secondo fondatore di Apple).
Infatti in un memorandum del novembre 1979, un membro del team di nome Joe Shelton insiste nel far comprendere la delicatezza delle decisioni che si stanno prendendo e che non devono essere sottovalutate le capacità e competenze della nuova generazione di hobbisti-nerd.
Ecco perchè un altro membro, Randy Wigginton, rivestendo un temporaneo ruolo da "avvocato del diavolo", insinua un dubbio, ossia con quale criterio viene garantito il successo del sofisticato schema di protezione di Wozniak...
"Se solo qualcuno con la competenza di Woz può copiare software protetto con lo schema attuale, potrebbe essere sufficiente la protezione? ".

I commenti di Wigginton hanno dato forti stimoli di miglioramento al progetto


Il resto dei documenti mostra continui dibattiti sul tipo di protezione del software da adottare per i sistemi Apple, ma purtroppo l'archivio cartaceo non porta in eredità il finale dei dettagli riguardo i  risultati concreti che c'interessano.
Ma in fondo non sarebbe servito a molto (se non come testimonianza storica) perchè come sappiamo, la sfida commerciale alla pirateria del software deve ancora essere completamente risolta da Apple o da chiunque altro.

Qui di seguito le immagini che testimoniano la recente messa all'asta, da parte di vadermeer in data 18 marzo 2018, dell'intera documentazione storica su Ebay.
Al sedicesimo rilancio l'asta ha raggiunto un valore di  $ 425.00 ( circa € 345,00 al cambio attuale del 15/04/2018 ).


Nella descrizione il venditore garantisce l'autenticità dell'intera documentazione certificata dagli ex dipendenti dell'azienda.
Sicuramente la raccolta avrebbe trovato la giusta collocazione in uno dei tanti prestigiosi musei in cui viene preservata e divulgata la storia informatica di questa e altre aziende di quell'epoca pioneristica.
Fortunatamente il buonsenso è arrivato prima di ogni altra esigenza convincendo il fortunato possessore della documentazione di scansionarla e metterla a disposizione dell'intera comunità del web.



Download:
Promemoria Apple 1979-1980 (Pdf  27,4 Mb)
Chiave di decrittazione: !UVqpaaX44Bv2mIJm7-XtCTdJapkqlZsiyEpdfNEKWT8
Link alternativo: 
https://drive.google.com/file/d/0B9vexSPkhkh-UWVrREI4SXB4TGc/view


Libro consigliato da Retrofficina4004:
Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica (di Steven Levy)
https://www.ibs.it/hackers-gli-eroi-della-rivoluzione-informatica/mp/9788886926973





Quì di seguito una rara foto in cui appare Randy Wigginton (Dicembre 1983)



Questa polaroid sbiadita e un pò graffiata rappresenta il team del software Mac nel dicembre del 1983
In alto: Donn Denman, Larry Kenyon.
Fila centrale: Jerome Coonen, Hans Gerke (traduttore per visitatori), Andy Hertzfeld, Patti Kenyon in visibile stato di gravidanza, Burrell Smith (membro onorario del team del software).
In basso: Randy Wiggington, Rony Sebok, Susan Kare, Donatien (un altro traduttore).



Quì di seguito il badge aziendale di Joe Shelton (Aprile 1979)




Joe Shelton oggi (2018)




Steve Wozniak (Woz) insieme a Steve Jobs all'epoca dei fatti narrati (1979-1980)


Riflessioni e ... Il motore di ricerca cartaceo dell' 800' che ispirò gli inventori del web

I meriti, seppur postumi, vanno analizzati prima di essere celebrati perché il tempo rischia di mettere in ombra opere d'ingegno che risulterebbe maldestro supporre che ci siano passate accanto senza conseguenze ma vanno considerate come protagoniste di una "costruzione sociale". Opere figlie di pionieri d'ispirazione visionaria e futurista.

Penso che molti converranno con me che l'ottocento vittoriano, indicativamente, è il secolo più ricco di riferimenti storici che ci riconducono ai primi progetti e invenzioni per il calcolo automatico passando per le macchine di Charles Babbage (macchina alle differenze e quella analitica) e i lavori  elaborati in simbiosi da Ada Lovelace fino alla macchina alle differenze dello svedese George Scheutz che incarnò il concetto di macchina da calcolo oscurando ingiustamente la fama di Babbage al quale, invece, si devono tutti i principali studi riconducibili a questo progetto.


La prima macchina differenziale funzionante viene costruita 
dagli ingegneri svedesi Georg e Edvard Scheutz e si basa sui progetti di Babbage



La meritocrazia, verso gl'inventori e le loro invenzioni, in alcuni casi è stata applicata con criteri spesso confusi o poco dettagliatamente giustificati nella storia del calcolo automatico.
Basti pensare che la macchina dello svedese Scheutz ha trovato nel Regno Unito e nella Royal Society il suo principale canale pubblicitario e appoggio scientifico (brevettando e ordinandogli il primo modello), invece all'inglese Babbage chiusero finanziamenti e appoggi di qualsiasi tipo dopo che dedicò parte della sua vita a questo progetto avendolo "partorito".

Governo ingrato? non propriamente visto che a Babbage le possibilità e i finanziamenti vennero  inizialmente elargiti per quel progetto che portò avanti con difficoltà...ma gli Scheutz (padre e figlio) ci misero meno tempo, la perfezionarono, la conclusero realmente e costò al parlamento svedese un trentesimo rispetto ai finanziamenti che la corona inglese passò a Babbage in più occasioni.
Si sa, nessuno è profeta in patria e Babbage, nonostante rimase rancoroso per tutta la vita con il governo inglese per non aver realmente compreso l'importanza dei suoi lavori, si adoperò in prima persona per propagandare la macchina di Scheutz in Gran Bretagna e all'estero portandola a guadagnarsi la medaglia d'oro all' Expo di Parigi nel 1855.
Nessuna gelosia, niente competizione o rimorsi ma solo un'atteggiamento positivo da parte di un grande scienziato verso qualcuno che aveva plasmato nel concreto il suo progetto comprendendolo in ogni suo ingranaggio e routine di bronzo, ferro e acciaio portandola a termine.
Nei decenni successivi furono progettate altre due macchine alle differenze, una da Martin Wiberg (svedese come Scheutz) e una dall'americano George B. Grant.



Martin Wiberg produce una nuova versione della macchina differenziale, 
intesa per scrivere tassi di interesse (1860) e tavole logaritmiche (1875)


Ricostruzioni, perfezionamenti, riduzione delle dimensioni che permettevano di utilizzarle su di una scrivania...ma ognuno di questi successivi progetti non hanno impedito di dare a Charles Babbage il giusto riconoscimento postumo per i suoi servigi dati allo sviluppo di questa scienza confluita de facto (riletto in chiave tecnologica più avanzata) nel primo elaboratore elettromeccanico programmabile progettato da Konrad Zuse nel 1941 e nel progetto di Howard Haiken con il Mark I finanziato da IBM.
Ma questa è un'altra storia, lunga e complessa quanto affascinante...

Mi sono dilungato per far meglio comprendere che sul punto della meritocrazia postuma sembra che altri progetti più attuali e moderni debbano ancora essere chiariti.
In un ottocento dove sembra che solo Charles Dickens e Ada Lovelace appoggiavano le ragioni di Babbage si iniziano ad approfondire anche ipotesi fondate riguardo le vere origini dei motori di ricerca moderni o perlomeno sulla nascita del bisogno di indicizzare, catalogare e rendere disponibili vaste quantità di informazioni e dati per essere interrogati.
E' quello che fece il bibliografo e imprenditore belga Paul Otlet fondatore del Mundaneum, una sorta di “Palazzo Universale della Conoscenza”.
Un nome che potremmo tranquillamente accostare a quelli di Tim Berners-Lee, Sergej Michajlovič Brin e Larry Page per tracciare un'ipotetica linea temporale che ha pavimentato la strada che ci ha condotti al World Wide Web e l'onnipresente motore di ricerca Google.


Paul Marie Ghislain Otlet (Bruxelles, 23 agosto 1868 – Bruxelles, 10 dicembre 1944)
 fu, con Henri La Fontaine, il padre della Classificazione Decimale Universale (CDU)


Leggerete più avanti che “L’idea del world wide web germinò nella mente di Paul Otlet” e stiamo parlando di un pioniere e visionario nato a Bruxelles nel 1868 che per gestire tutto il sapere cartaceo fruibile in quell'immenso archivio iniziò a suddividerlo in “pacchetti” o singole schede che potessero essere facilmente richiamate o permettere riferimenti incrociati.
Ma non solo.......  insieme al dotto Henri La Fontaine sviluppò un sistema che rappresentava una sorta di “World Wide Web analogico” dei giorni nostri.



Bozze divulgative di Otlet dell'epoca che rappresentano il suo progetto visionario che ricorda 
l'attuale processo distribuito d'interrogazione, ricerca e risultati nello stile client-server


Vi ho citato già troppi passaggi che per un miglior approfondimento vi rimando alla lettura dell'articolo che trovai sul quotidiano La Repubblica e che conservo dal 2015.

Dalle pagine originali che vedete nelle foto successive ho trascritto l'intero articolo di Massimiano Bucchi apparso su La Repubblica di Mercoledì 7 Gennaio 2015.








Di seguito la trascrizione fedele dell'articolo cartaceo:


Il motore di ricerca cartaceo che ispirò gli inventori del web

QUALCUNO da qualche parte del mondo cerca informazioni su un certo argomento.
Invia la propria richiesta, questa viene elaborata e in risposta arrivano informazioni, documenti, immagini.
È una scena che oggi non ci stupisce più e che ogni istante coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. Più stupefacente è che una scena molto simile nella sostanza, seppure su scala minore e con tecnologie ovviamente diverse, avvenisse già agli inizi del secolo scorso, molti decenni prima che facessero la loro comparsa i primi personal computer e perfino il primo microchip.
A renderla possibile era l'opera e la visione del bibliografo e imprenditore belga Paul Otlet, fondatore del Mundaneum, una sorta di "palazzo universale della conoscenza" che dopo varie vicissitudini ha oggi una nuova sede nella città belga di Mons.
Il Mundaneum riaprì al pubblico la parte espositiva nel 2015, anno in cui Mons venne annoverata tra le capitali europee della cultura.

Quello di Otlet è un nome oggi sconosciuto ai più, ma che all'epoca era frequente vedere vicino a quello di capi di stato e premi Nobel, e che studiosi e addetti ai lavori oggi considerano un pioniere dell'età dell'informazione e perfino un antesignano della rete contemporanea.
"L'idea del world wide web germinò nella mente di Paul Otlet", ha scritto l'informatico Robert Cailliau, che sviluppò il World Wide Web così come noi lo conosciamo insieme al collega Tim Berners-Lee agli inizi degli anni Novanta.

Otlet nacque a Bruxelles nel 1868. La famiglia lo indirizzò controvoglia verso lo studio del diritto e una carriera da avvocato. L'aspetto che lo interessava di più dell'ambito giuridico erano le bibliografie. In un saggio del 1892 osservò che i libri erano un sistema poco efficace di organizzare le informazioni, in quanto affidato all'arbitrio del singolo autore.
Meglio sarebbe stato suddividerle in "pacchetti" o singole schede che potessero essere facilmente richiamate o permettere riferimenti incrociati.
Con un altro laureato in legge, Henri La Fontaine, sviluppò un formato di scheda bibliografica che divenne lo standard internazionale e il sistema ancora oggi utilizzato di classificazione universale decimale, applicabile ad ogni tipo di documento e supporto (libri, video, oggetti) ed alle loro relazioni, che si rivelerà particolarmente adatto al trattamento meccanizzato ed informatizzato dei dati.
Negli anni successivi nacque il progetto di una "bibliografia universale".
I due iniziarono a raccogliere e classificare e sintetizzare i dati contenuti in documenti di ogni tipo: non solo libri ma foto, immagini, rapporti, articoli di giornale, manufatti. Fu avviato un servizio per fornire documentazione a pagamento.
Si poteva scrivere o inviare un telegramma e si riceveva il materiale pertinente, e perfino un avviso quando ad una richiesta potevano corrispondere "più di cinquanta risultati"; oggi questi avvisi li chiamiamo newsletter o alert.
Nel 1912 lo staff di Otlet gestiva già 1500 richieste all'anno; nel 1927 poteva contare su un archivio di oltre 15 milioni di documenti. Secondo il suo biografo Alex Wright, il sistema rappresentava una sorta di "World Wide Web analogico".

L'archivio trovò una sede fisica stabile nel Mundaneum, un centro di documentazione che aprì le proprie porte ufficialmente nel 1920, nel Palais du Cinquantenaire di Bruxelles. L'idea di un "palazzo universale della conoscenza" era strettamente legata alle idee politiche e all'impegno internazionalista e di Otlet e La Fontaine — quest'ultimo ricevette il premio Nobel per la pace nel 1913.
Il Mundaneum avrebbe dovuto essere al centro di un progetto più ampio di "città mondiale" con cui Bruxelles avrebbe ospitato il quartier generale della Società delle Nazioni.
Un'altra sede del Mundaneum, disegnata da Le Corbusier, era prevista a Ginevra. I progetti fallirono, ma Otlet continuò a sviluppare le proprie idee, il proprio sogno di una rete globale ("réseau mondial") in cui

"tutto sarà registrato a distanza nel momento in cui viene prodotto.
Da lontano, chiunque potrà leggere un testo in forma espansa o limitata. Così, chiunque dalla propria poltrona potrà contemplare qualunque creazione o le sue parti".

Nei suoi schizzi e note prefigurò addirittura sistemi di riconoscimento vocale, reti senza fili per consentire agli utenti di caricare documenti, perfino una sorta di social network che accedendo ad un certo contenuto mediale "permettano di parteciparvi, applaudire, cantare in coro".
Le collezioni del Mundaneum rimasero a Bruxelles fino al 1940, quando il Belgio fu invaso. L'esercito nazista distrusse 63 tonnellate di documenti per far posto ad un'esposizione sull'arte del Terzo Reich.
In questi anni una parte dell'archivio e della collezione originale di Otlet è stata recuperata ed oggi trova spazio nella nuova sede del Mundaneum a Mons.
Visitarla sarà un'occasione per vedere da vicino quello che rimane dell'utopia di Paul Otlet. E magari per chiedersi come sarebbe cambiato il mondo se la rete si fosse sviluppata come, magari un po' ingenuamente, se la immaginava lui: non mero sviluppo tecnologico, ma parte di un più ampio progresso culturale e sociale, oltre che garanzia di una più pacifica convivenza tra le nazioni.


Fonte:
 La Repubblica di Mercoledì 7 Gennaio 2015
© RIPRODUZIONE RISERVATA




CONCLUSIONI :

Nel 1934, Otlet abbozzò le sue tesi  per una rete globale di computer (o "telescopi elettrici", come lui li definì) che avrebbero permesso alle persone di cercare e sfogliare milioni di documenti, immagini, audio e video interconnessi tra loro.
Ha definito l'intera cosa un "réseau", che potrebbe essere tradotto come "rete" o forse "web".
Alla fine degli anni '30 aveva accumulato un catalogo composto da circa 15 milioni di schede e tonnellate di documenti che, secondo le sue teorie, hanno un significato non come singoli testi ma solo in relazione tra loro come in un moderno database relazionale.  Uno dei primi tentativi noti di fornire una struttura per connettere tutta la cultura registrata, creando collegamenti flessibili che potrebbero portare rapidamente i ricercatori da un documento all'altro.
Anche se il proto-Web di Otlet si basava su un mosaico di tecnologie analogiche come le schede e le macchine telegrafiche, ciò nonostante anticipava la struttura basata sugli hiperlink del Web di oggi.


Sala del telegrafo nel Mundaneum di Bruxelles dove Otlet archiviò 
e catalogò 15 milioni di schede e varie tonnellate di documenti.


Rimasto per troppo tempo nell'oblio dei pionieri dimenticati, Otlet ha recentemente goduto di un rinnovato riconoscimento per i suoi contributi.
Ultimamente alcuni ricercatori hanno restaurato ciò che rimane del suo lavoro in un museo a Mons, in Belgio (quì l'archivio internet ospita un documentario del 1998 del biografo di Otlet, Mr. W. Boyd Rayward).
Gli studiosi hanno ripreso le ricerche sulla sua eredità e i suoi scritti teorici sulla scienza dell'informazione sono stati recentemente ristampati, sebbene non ancora completamente tradotti in inglese.
Ma il lavoro più atteso è quello avviato presso il museo di Mundaneum dove i curatori stanno pianificando di rilasciare parte della collezione originale di Otlet sull'attuale Web. Questo progetto non sarà solo una sorta di rivendicazione postuma per Otlet, ma fornirà anche un'opportunità per rivalutare il suo posto nella storia del web, naturalmente senza dimenticare il ruolo di Henri La Fontaine che si unì a lui nella pianificazione di creare in quell'epoca una "master bibliography" Omnia  di tutto il sapere di ogni argomento e scienza  pubblicate nel mondo.





Curiosità:
Un sorta di Paul Otlet del 2000 - Franco Gonzato
http://www.storiologia.it/arte/recensione.htm

http://www.ti99iuc.it/web/index.php?pageid=database_cerca&archivioid=135#.XazGPzLOMW5













Immagini della Macchina di Georg e Edvard Scheutz  e quella di Martin Wiberg
https://it.wikipedia.org/wiki/Cronologia_dei_computer_fino_al_1950

Introduzione e Conclusioni: Sorrentino Maurizio

APPLE 1 le prime foto di Paul Terrell

Paul Terrell, il primo rivenditore di computer Apple, condivide le sue foto del 1976 .


Il Byte Shop avvia la sua attività commerciale  l'8 dicembre 1975


 Paul Terrell aprì il Byte Shop di Mountain View, in California, nel dicembre del 1975.
È stato uno dei primi negozi di personal computer in tutto il mondo, e ha fatto molto per aiutare a diffondere un business che timidamente iniziava ad affacciarsi sul mercato destinato ad una costruzione sociale.
Si è guadagnato un posto ancora più leggendario nella storia della tecnologia nel 1976, quando una coppia di "geek" della zona cercarono di convincerlo a vendere un PC rudimentale che avevano assemblato loro stessi.

Quei geek erano Steve Jobs e Steve Wozniak.
Chiamarono la loro macchina Apple-1, ed era composta da un kit fai-da-te sul quale, eventuali acquirenti, avrebbero dovuto saldare i chip necessari sul circuito stesso.

Terrell era incuriosito ma disse a Jobs che quello di cui aveva davvero bisogno erano computer completamente assemblati.
Infatti, se Jobs sarebbe tornato con una versione assemblata dell' Apple-1, il Byte Shop ne avrebbe comprati cinquanta.
Jobs lo fece ...e il Byte Shop diventò il primo rivenditore Apple .
L'accordo di Terrell ha contribuito a trasformare l'Apple da progetto in una società.


Nel Novembre del 2012 lo stesso Terrel pubblicò su facebook le prime foto fatte ad uno dei primi Apple 1 esposti nel suo negozio .

Sono vecchie foto Polaroid,  per gentile concessione di Paul Terrell.



Questa è la motherboard assemblata con tastiera uncased


Quì con monitor video


Ed ecco l'Apple-1 che esegue un classico programma con il quale si cimentava chi stava imparando a programmare in BASIC 


Questo invece è un altro sistema iconico che il Byte Shop vendeva: l'Altair MITS '8800.



L'Apple-1 veniva notoriamente venduto per  666,66 $. 
Su Facebook, Terrell afferma che li ha pagati 500 $ a testa (all'ingrosso!) Quindi per i suoi cinquanta computer si suppone che sborsò un totale di 25.000 $. 






Profilo facebook di PaulTerrel : https://www.facebook.com/paul.terrell.92
( Fonte e traduzione: http://techland.time.com/2012/11/22/behold-some-of-the-first-apple-computer-photos-ever/ )


TECNICHE DI DISSIPAZIONE - pasta termica e dissipatore

PASTA TERMICA E DISSIPAZIONE
Due termini che negli ultimi anni risuonano nelle orecchie degli utenti molto piu' spesso che negli anni passati.
La corsa alla leadership della cpu piu' potente ha fatto si che molti Processori e Gpu lavorino come stufe scaldando troppo e causando spesso problemi di ogni tipo al nostro amato computer.
Fatto stà che almeno una volta all'anno è consigliato sottoporre il computer ad un'attenta e regolare revisione che include il cambio della pasta termica e la pulizia di tutto il comparto di raffreddamento...

Ma la buona notizia è che molti utenti sono capaci di avvalersi del classico e piu' frequente fai-da-te, ma attenzione !
Anche se l'operazione può sembrare semplice o di routine bisogna sempre seguire alcuni accorgimenti importanti che molti danno per scontati o futili, soprattutto riguardo la sostituzione della pasta termica (o termoconduttiva).
Cercherò di spiegarmi il più semplicemente possibile cercando di toccare i punti principali evitando tecnicismi e formule incomprensibili.
Premetto che questa guida, non ha la pretesa di insegnare nulla a nessuno, ma raccoglie semplicemente esperienze personali o di molti miei clienti e colleghi che hanno provato personalmente ad utilizzarla e sostituirla. Comunque accetto consigli per migliorarci insieme e rendere più completa e ricca di dettagli questa guida che rimarrà a disposizione di chiunque ne abbia bisogno.

Cosè la pasta termica e a che cosa serve
 La pasta termica è una sostanza che si trova facilmente nei negozi di informatica e su quasi tutti i negozi on-line e viene venduta in piccole siringhe che ne contengo alcuni grammi (comunemente da 0.5 a 30 gr).
Questa pasta serve a trasferire il calore prodotto da una CPU o da un chip della scheda madre o di una VGA al dissipatore a contatto con esso, può essere di tipo passivo (senza ventola sopra), o attivo (con ventola o impianto a liquido).

Perché serve la pasta termica
 Faccio un piccolo passo indietro: un processore (CPU) scalda in quanto non compiendo lavoro "fisico" trasforma l'energia di cui ha bisogno per lavorare in calore. Viste le caratteristiche dei materiali che compongono una CPU, è bene non superare valori elevati di temperatura per evitare "rotture" o una minore durata di vita della stessa. Diciamo che i processori di ultima generazione hanno un controllo “interno” (solitamente diodo o sonda termica) in grado di spegnere l’intero PC quando la soglia massima di lavoro (impostata dalla stessa fabbrica) viene raggiunta. Questa è una funzione che molto spesso agisce da “salva-vita" per il nostro processore ma può capitare che non funzioni bene oppure non abbastanza velocemente da evitare il danno decisivo: la "rottura" del core, un guasto con diagnosi di irreparabilità .
 E' ovviamente consigliato non raggiungere mai questi valori ne avvicinarvisi troppo.
 I valori di temperatura massimi del core sono riportati in apposite tabelle che trovate sul sito del produttore di ogni cpu.
 Ora detto questo, è evidente che una buona dissipazione di calore è la strada giusta da perseguire per avere un processore stabile e che duri nel tempo (anche se quella della durata è un discorso lungo da affrontare ora)
 Quindi tornando alla nostra bella pasta termica, questa ha delle proprietà ben definite di “conducibilità termica”.
Più questo valore è alto, più trasmette calore al dissipatore (TERMOCONDUZIONE) e quindi in termini pratici una minore temperatura della CPU.
 Ci sono quindi, due superfici in questione: quella del dissipatore e quella della CPU/GPU/Chipset.
Queste due superfici, per quanto ci possiamo sforzare di osservare ad occhio nudo, non sono mai perfettamente piane, ma anzi presentano delle micro irregolarità diverse tra loro. Si può affermare che se queste due superfici vengono a contatto non saranno mai perfettamente unite in tutti i punti e qui entra in gioco la pasta termica.


 Questa ha infatti il compito di riempire tutte queste imperfezioni (invisibili ad occhio nudo) eliminando l’aria presente in esse, per altro grande nemica nel nostro caso visto che è un buon isolante termico. Più riusciamo a riempire queste scanalature e migliore sarà il risultato finale.


Quanti tipi di pasta ci sono
 Non sto ad elencare tutte le marche e i tipi che esistono in commercio, anche perché basta una semplice ricerca sul web per trovarne quante ne volete.
 Principalmente ci sono due tipi di pasta: quella comune e quella specifica per OC (di recente introduzione sono quelle a "metallo liquido" che rientrano nelle specifiche per OC).

 Le comuni sono di vario genere e vendute a bassissimo costo, per pochi grammi di pasta si pagano pochi centesimi di €
mentre quelle specifiche per OC superano i 5€ per 2/3 gr.

 Cosa cambia tra le 2 
Solitamente il materiale di cui è composto;
quelle da OC hanno materiale con ALTISSIMA conducibilità termica, come l'argento, ma ce ne sono anche altri, e non sono facili da reperire in commercio.
 Da rilevare che all’effetto pratico non si guadagnano molti gradi centigradi ma solo alcuni: in media 3 o 4°C rispetto alle paste piu comuni, l'effetto è accentuato con superfici del dissipatore molto rugose mentre con dissipatore lappato la differenza diminuisce di molto. Sono paste per i più smaliziati ed esigenti, quindi non di certo NECESSARIE.

Come metto la pasta




 Arriviamo al punto cardine della discussione: come la metto e quanta ne metto?
 Quante volte ci siamo domandati questo, soprattutto quando si era alle prime armi? Vediamo come procedere:
ci sono due “scuole di pensiero” su come applicare la pasta termica, anche in base a quella che scegliamo. Queste sono:
 1)spalmarla
 2)farla schiacciare dal dissipatore.

 La pasta, qualunque essa sia, DEVE ricoprire tutta la superfice del DIE/Heat Spreader (non dell'intero processore) per non lasciare spazi vuoti e DEVE essere messa nella giusta quantità: questo è il rapporto che dovremo tenere in considerazione ogni qualvolta dovremo compiere queste operazioni. Se si esagera o se al contrario se ne mette troppo poca, si ottiene l'effetto opposto.

TECNICA "SPALMEN"



 a) mettere una goccia di pasta (corrispondente ad un chicco di riso arboreo crudo) al centro della CPU.
 b) non spalmiamola mai con il nostro dito indice rivestito di plastica da cucina tipo domopak o guanto in lattice, non è una tecnica consigliata per ottenere risultati impeccabili. Piuttosto utilizziamo una palettina o appositi accessori per spalmarla spesso forniti in dotazione con alcuni kit o con paste per OC più costose.


 c) incominciamo a spalmare la pasta termica schiacciando LEGGERMENTE e procedendo con delle traiettorie circolari in senso orario partendo dal centro verso l’esterno della CPU in modo da ricoprire tutta la superfice in maniera più omogenea possibile tutto sempre molto delicatamente;
la parte su cui dobbiamo concentrarci resta comunque il centro della CPU, dove ovviamente è concentrata la maggior parte del calore, evitiamo quindi nelle fase dello "stiraggio" della pasta di portarne troppa ai lati e di lasciarne poca al centro, è preferibile il contrario poi il dissipatore ci darà una mano ad estenderla nelle restanti zone di contatto.
 d) A questo punto assicuriamoci, guardando bene, di averne spalmato un velo sottile. Se ne mettiamo troppa, quando andremo a montare il nostro dissipatore, la quantità in eccesso trasborderà andando a impastare le zone limitrofe alla CPU creando possibili falsi contatti o corto-circuiti .


TECNICA "PRESSIONE DISSY"
 La quantità rimane la stessa (chicco di riso) sempre al centro del dissipatore ma anziché spalmarla si va subito al montaggio del dissipatore lasciando a lui e al suo sistema di ancoraggio, il compito di spalmarla schiacciandola mentre avvitiamo le staffe.
 Come giustamente mi ha ricordato un collega, le paste termiche all’argento (o in genere quelle da OC) sono più “dense” rispetto alle classiche e quindi questa seconda tecnica appena descritta potrebbe non essere ideale in alcuni casi in quanto le staffe del dissipatore potrebbero non essere in grado di schiacciarla completamente, lasciando delle parti scoperte.

 Ricordo che poi ognuno pratica una sua tecnica, ma l’importante è ottenere il medesimo risultato.
 Su alcune istruzioni di montaggio contenute nelle confezioni dei dissipatori, viene menzionata la spalmatura manuale anziché con il dito, proponendo una sorta di placchetta di plastica (che all'occorrenza potrebbe essere anche una scheda telefonica). Ripeto, il risultato deve essere la giusta quantità e omogeneità della distribuzione: ricordate il VELO SOTTILE (nell'ordine di qualche decimo di mm).

 Da evidenziare che esistono delle paste che si spalmano con il pennellino in dotazione, rendendo così questa operazione ancora più semplice.

 Da non fare

Avvertenze
 Nelle paste termiche grigie, quelle che contengono argento, hanno anche potere di condurre elettricità e spesso queste avvertenze sono riportate nel manuale d’uso del produttore.

 Quindi fate attenzione che se vicino al chip avete altri contatti elettrici (tipo le memorie delle VGA) se sporcate mentre fate il lavoro o ne mettete troppa, fate attenzione a pulire bene le parti non interessate in modo da evitare problemi di conduzione elettrica tra piste, pin o solder-ball.


 Altra cosa da NON fare è applicare la pasta sulla base del dissipatore e poi montarlo, nella maggior parte dei casi la base del dissipatore ha un'area superiore a quella che presenta la superficie HOT della CPU (il DIE) quindi si rischia di buttare via pasta o, nel caso delle cpu SENZA heat-spreader, di toccare con la pasta componenti che non dovrebbero venirne a contatto.

 Le quantità
L’esempio del chicco di riso è riferita ai processori con heat-spreader, cioè con la copertura metallica e di quella dimensione. E’ chiaro che per dimensioni più piccole il chicco di riso non và più bene perché sarebbe troppa, quindi adeguate la quantità in base alla dimensione della superficie da ricoprire.

IMPORTANTE ricordare che:
o si usa il Pad Termico o si usa la Pasta.
E' vivamente sconsigliato usare entrambi per avere un buono scambio termico tra le due superfici di contatto.


Come pulire
 Per pulire una CPU o un dissipatore, da una vecchia pasta, occorre che vi armiate di un panno morbido pulito (io uso anche lo scottex) e cercate di levare la più grossa a secco (aiutatevi anche con un bancomat o carta telefonica). Massima attenzione a non inzozzare tutto. Poi proseguite la pulizia, imbevendo un altro panno pulito con dell’alcool isopropilico o con i prodotti dedicati alla pulizia dei chip in vendita nei negozi di informatica. Pulite bene e finché il panno si sporca del colore della vecchia pasta, continuate a pulire; è infatti da evitare la mescolanza di due prodotti di qualità diversa. Stessa operazione anche sul dissipatore.

Pad termico (Thermal pad)



 Questa particolare pasta viene installata direttamente dalla fabbrica di dissipatori, specialmente quelli venduti assieme ai processori.
 Questo tipo di prodotto è già applicato al dissipatore, basta rimuovere la protezione ed é pronto da montare.
 Spesso si sente dire che é di scarsa qualità e di resa non paragonabile alle varie paste termiche, e in buona sostanza è vero. Ma non é indispensabile rimuoverlo subito appena lo si compra. Se con il nostro PC si lavora normalmente senza avvisare sintomi di surriscaldamento e disponiamo di una discreta ventilazione, non è necessario sostituirlo.
 Una piccola parentesi: se prendete un processore BOXED, cioè con dissipatore incluso, ricordate che avete una garanzia di tre anni.
Se lo prendete invece Tray, cioè senza dissipatore, la garanzia si riduce a due.



Togliere il dissipatore dalla cpu




Da come potete vedere dalle immagini se si vuole togliere il dissipatore dalla cpu per sostituirlo o per manutenzione, spesso capita che rimangano entrambi attaccati tra di loro per via appunto del materiale termico presente tra i due. Per evitare di rompere qualcosa o che la cpu rimanga attaccata al dissipatore, consiglio di eseguire rotazioni verso sinistra e verso destra esercitando una leggera trazione sul dissipatore. Se così non bastasse provate a far entrare tra le due superfici di contatto, una scheda telefonica che dovrebbe risolvervi il problema. Non sforzate per separare i due corpi, potreste danneggiarli, in alternativa potete usare anche del semplice filo di cotone come in figura.


 Un'altra precisazione: ogni tanto accade che alcuni miei clienti intraprendenti m'inviano immagini di test o affermano che la temperatura rilevata delle CPU sia più bassa di quella ambiente.
 QUESTO è IMPOSSIBILE con dissipatori ad aria per motivazioni puramante fisiche.
 Quindi l'errore può essere nella sonda della MB o nel termometro di casa o in tutti e due.

CONSIGLIO.
 BOXED INTEL
Il dissipatore a corredo delle CPU INTEL (BOXED) hanno tre striscette grigiastre di pasta termica pre-applicata. Se non fate overclock e avete un ricircolo d'aria adeguato, NON occorre sostituirlo. La versione BOXED tra l'altro garantisce il prodotto per più tempo rispetto alla versione "nuda". Quindi state tranquilli che il dissipatore va benissimo. Poi se rilevate temperature davvero alte, prendete prima in considerazione la sistemazione dei flussi aria potenziandoli/migliorandoli e solo poi potrete pensare di cambiare dissipatore.

Spero che questa guida possa esservi stata d'aiuto...
mandatemi trucchi e/o malizie di mestiere da integrare in modo che diventi una guida di riferimento per altre situazioni di disagio termico su apparecchiature sia retrò che moderne.

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Impariamo a saldare

LA SALDATURA
consigli e metodi di saldatura per apparecchiature elettroniche vintage e moderne.


Il saldatore
La saldatura a stagno è il metodo con cui è possibile unire meccanicamente ed elettricamente i componenti elettronici al circuito stampato mediante la fusione di una lega metallica nel punto di contatto tra rame e reoforo del componente.
Il saldatore viene impiegato per scaldare il punto di connessione e fondere la lega di stagno e piombo.


Le caratteristiche fondamentali di un saldatore

Potenza
I saldatori usati nel montaggio elettronico hanno potenze che oscillano tra i 15W e i 30W.
Nei laboratori di elettronica professionale si adottano spesso  stazioni di saldatura su cui è possibile regolare la temperatura o la potenza del saldatore, la potenza di questi dispositivi oscilla tra i 50W e i 100W.

La temperatura
La temperatura raggiunta dalla punta del saldatore può oscillare tra i 300°C e i 500°C, dipende dalla potenza del saldatore e dalla punta.

La punta
Le punte vengono prodotte in diverse forme e dimensioni ma tipicamente, nell'uso in laboratorio di elettronica, viene adottata una punta sottile che consente saldature di precisione. La punta è costituita internamente di rame e rivestita da un sottile strato di acciaio nichel e cromo ad alta resistenza chimica e meccanica ciò è indispensabile in quanto la lega fusa è molto aggressiva ed una punta costituita da solo rame finirebbe per corrodersi velocemente, mentre una punta costituita da solo nichel-cromo non condurrebbe in modo adeguato il calore.

Lo stagno
La lega metallica è composta da stagno (Sn) al 60% e piombo (Pb) al 40%, alcune volte nella lega possono essere presenti piccole parti di rame e argento, la temperatura di fusione è di circa 190°C.
Aumentando la percentuale di stagno presente nella lega la temperatura di fusione si abbassa, ad esempio percentuali 63% di stagno e 37% di piombo abbassano la temperatura di fusione a circa 180°C.
Lo stagno viene fornito sotto forma di filo con diametro che può essere di 1,5 mm - 1 mm - 0,7 mm, per la realizzazione di circuiti elettronici si adottano  diametri da 0,7 e 1 mm.
Il filo di stagno è costituito da un'anima di resina fondente semitrasparente che ha lo scopo di facilitare la saldatura, ne migliora la diffusione del calore e previene la formazione di ossidi.

Il dissaldatore
Per rimuovere un componente da un circuito è ovviamente indispensabile sciogliere lo stagno, ma questa operazione potrebbe risultare difficoltosa in quanto si rischia di bruciare il componente o peggio ustionarsi.
E' opportuno utilizzare un dissaldatore, il più comune è quello a pistone in grado di aspirare lo stagno fuso da un saldatore. Esistono dissaldatori più sofisticati costituiti da un saldatore abbinato ad un aspiratore.

Tecnica di saldatura
Prima di incominciare la saldatura:

● Piegate i terminali (reofori) dei componenti mediante una pinza a becchi lunghi in modo che possano entrare all'interno dei fori della basetta.
● Ripiegate leggermente i reofori una volta inseriti nei fori della basetta, ciò evita la caduta accidentale dei componenti dalla basetta.
● La piega dei reofori deve avvenire a sufficiente distanza dal corpo del componente al fine di evitare la rottura del dispositivo.
● Lasciate spazio tra il componente e la superficie della basetta (2 o 3 mm) in modo che venga favorita la dissipazione del calore dei componenti.
● I componenti vanno saldati partendo da quelli più bassi in questo modo è possibile appoggiare lo stampato sul banco di lavoro senza far uscire i componenti.

Modalità operativa

● Preriscaldate ponendo la punta del saldatore sulla piazzola toccando anche il reoforo del componente per un tempo variabile tra 1 e 2 secondi.
● Senza togliere il saldatore sciogliete lo stagno appoggiandolo tra reoforo e piazzola, il filo di stagno dovrà essere sciolto tra il rame della piazzola e il reoforo e non direttamente sulla punta del saldatore.
Lo stagno sciolto dovrà ricoprire l'intera superficie della piazzola. Questa seconda operazione non dovrà superare i 2 o 3 secondi.
● Togliete il filo di stagno e dopo il saldatore.
● Se lo stagno non ricopre interamente la superficie vuol dire che il rame è freddo o sporco o che lo stagno è scadente (bassa percentuale di stagno).
● La saldatura dovrà avvenire in corrispondenza della piazzola, lo stagno non è da disperdere nelle piste vicine.
● I reofori vanno tagliati una volta che avete concluso tutte le saldature.

La saldatura sarà perfetta se lo stagno risulterà liscio (senza porosità), lucido e distribuito uniformemente sulla piazzola e dovrà assumere la forma di un cono.

Precauzioni

● La saldatura dovrà avvenire in corrispondenza della piazzola, lo stagno non è da disperdete nelle piste vicine.
● Per evitare contatti accidentali utilizzare un supporto per saldatori.
● Eliminate ogni impurità dalla punta del saldatore usando una piccola spugnetta imbevuta d'acqua, in mancanza è sufficiente anche uno straccio di cotone imbevuto d'acqua.
● Oli, grassi, vernici, ossidazione, sporcizia e polveri sopra la basetta o sui reofori dei componenti compromettono la saldatura.
● Molto spesso i componenti sono venduti su supporti di carta gommata e sui reofori molto spesso si depositano sostanze collose, eliminare queste sostanze prima di incominciare la saldatura.
● La saldatura dei singoli punti dovrà avvenire nel minor tempo possibile onde evitare il surriscaldamento dei componenti e la loro conseguente rottura.
● I reofori vanno tagliati una volta che avete concluso tutte le saldature.
● La temperatura raggiunta dal saldatore può superare i 300°C quindi a contatto della pelle può provocare gravi ustioni.
● Durante la saldatura si creano vapori nocivi, quindi mantenere areati i locali in cui si opera, preferibilmente dotarsi di un'aspirafumi facilmente reperibile presso rivenditori specializzati.
● Evitate assolutamente la pulitura della punta del saldatore con lime o carta vetrata in quanto si eliminerebbe lo strato protettivo.

Errori

● La saldatura non sarà corretta se assume la forma di una pallina, in questo caso eliminate tutto lo stagno con il succhiastagno e rifate la saldatura.
● Se tra due punti si forma un ponticello di stagno vuol dire che avete usato troppo stagno.
● Se lo stagno non aderisce al rame e forma una pallina si potrebbe essere in presenza di uno dei seguenti 4 errori:
1. lo stagno è scadente;
2. il rame è ossidato;
3. il saldatore è freddo;
4. l'operazione di saldatura si è ripetuta sullo stesso punto più volte.
● Se le piazzole si staccano vuol dire che avete scaldato troppo, tempi di saldatura superiori ai 10 secondi possono provocare questo problema.


Seguendo queste indicazioni e i consigli che ho descritto potrete ottenere ottimi risultati e soddisfazioni per i vostri lavori di recupero e riparazioni.
É importante operare con la necessaria cura e attenzione che queste tecniche richiedono
con una base di pazienza estremamente necessaria .
Buon lavoro.


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Nella sezione "LIBRI E MANUALI" del blog é disponibile per il download la dispensa gratuita in pdf del corso di saldatura a fumetti.
link: http://retrofficina4004.blogspot.com/p/libri-e-manuali.html


CRYPTOME, il potente WikiLeaks per veri geek

Sta facendo molto parlare di sé in Rete il sito Cryptome, sito analogo a WikiLeaks e finora poco conosciuto dagli Internauti, che ha pubblicato online numerosi documenti riservati che spiegano metodologie adottate dai fornitori di servizi per consentire alle forze dell’ordine di effettuare le proprie indagini e accedere ai dati degli utenti (nome e cognome, numero di telefono, indirizzo email, ecc) iscritti ai social network.
Ma non solo. Sono presenti anche procedure dettagliate come estrarre dati da PC e telefonini (ad esempio l’iPhone) e informazioni sui tempi di conservazione dei log da parte di aziende come Microsoft, Blizzard e AOL.
Insomma, si tratta in pratica di manuali e linee guida su come recuperare IP, ID e quant’altro serve per risalire ad informazioni varie dell’utente.
Questi documenti strettamente confidenziali sono al momento consultabili e scaricabili da chiunque da Cryptome.
Esaminando nel dettaglio questi documenti si scoprono altri aspetti interessanti sia dal punto di vista della protezione della privacy sia per quel che riguarda la gestione delle informazioni.
La lista dei documenti presenti sul sito è effettivamente molto lunga e contiene davvero di tutto. Scorrendo l’elenco mi è balzato subito agli occhi il file facebook-spy3.pdf che corrisponde al documento “Facebook Law Enforcement Guideline”.
Contiene informazioni sulla policy perseguita dal social network contro l’uso di false identità e istruzioni su come determinare l’ID unico dell’utente nel caso non siano noti il nome (o l’email) dell’utente o del gruppo da identificare.
Il social network si dimostra disponibile, su richiesta, anche a non disabilitare eventuali account segnalati dalla polizia in modo da non comprometterne l’esito delle indagini.
I dati che Facebook sarebbe pronto a fornire agli investigatori includono indirizzo email, data e ore delle creazione dell’account, log recenti, numero di cellulare e status.
In coda al documento è presente quindi un modulo di richiesta informazioni destinato agli informatori.
Il dubbio è questo punto che qualche malintenzionato in Rete potrebbe sotto falsa identità utilizzare questo modulo divenuto ormai pubblico per riuscire a farsi consegnare da Facebook dati sensibili relativi agli utenti.






Un secondo documento che ha attirato la mia attenzione è il file bios-spy.pdf.
Questo file, che sembra scritto specificamente per addetti ai lavori, contiene precise istruzioni per bypassare le password del BIOS dei principali produttori. In modo puntuale sono riportate le scorciatoie da tastiera per accedere al BIOS, una serie di parole chiave standard e tecniche per superare o cancellare la password del BIOS.






Sempre in elenco sono presenti diversi file specifici per l’iPhone (iphone-spy5.pdf, ecc). Riportano nel dettaglio vari metodi per estrarre dati sensibili dallo smartphone di Apple. I suggerimenti riguardano ad esempio come sbloccare un cellulare protetto da codice (“passcode”), recuperare dati salvati sul dispositivo e accedere ad esempio alla rubrica, ai messaggi o alla cronologia delle chiamate.






Nella lista sono anche presenti documenti contententi foto, alcune delle quali abbastanza cruente, di eventi recenti, come le proteste in Egitto o in Cile. Con tutta probabilità si tratta di foto segnaletiche scattate dalle forze dell'ordine per identificare i capi delle rivolte.
Le sorprese non finiscono qui. Spulciando i file presenti nel sito ho trovato alcuni link che si riferiscono all’esercito americano. Ho notato che questi link sono addirittura indicizzati da Google (basta eseguire una semplice ricerca sul motore con la chiave di ricerca “abop.monmouth.army.mil”). Penso proprio che l’indicizzazione è avvenuta nonostante nel file robots.txt delle pagine questa opzione sia disabilitata. Come mai allora sono finite comunque su Google? Andiamo avanti. Tra i risultati ottenuti è spuntata la pagina di login al sito Interactive Business Opportunities Page.






L’accesso al sito è ovviamente protetto da password, ma è bastato risalire di un livello all’interno dell’URL per visualizzare in chiaro l’elenco di una serie di documenti relativi a temi come GPS, sistemi missilistici e altro.






Proseguo quindi esaminando altre decine di documenti riservati riguardanti però aziende estere o poco note nel nostro Paese. Al termine dell' analisi non posso che constatare quanto siano estremamente fragili i sistemi di sicurezza in generale, sia in Rete sia su PC e dispositivi mobili. Informazioni sensibili e riservate possono infatti essere reperite con relativa facilità da chiunque. Il consiglio è pertanto quello di fare molta attenzione quando si forniscono i propri dati personali in Rete, in modo da evitare le innumerevoli trappole presenti in Internet e proteggere file e cartelle memorizzati sul proprio PC.

Se navigate tra i meandri di Cryptome usate moderazione e buonsenso nell'utilizzo del materiale disponibile;
io sono sempre dell'idea che nessuno dà niente per niente...

Link Cryptome :   http://cryptome.org

1962 L'avanguardia femminile negli stabilimenti Olivetti

Le più eleganti, belle e professionali d'Europa.
Come lavoravano le donne negli stabilimenti Olivetti dei primi anni 60'.

La giornalista Michèle Aumont nel 1950 denunciava le condizioni vergognose delle operaie nei luoghi di lavoro in Europa, specialmente nelle fabbriche parigine....:

Così scriveva:
- "Generalmente i peggiori posti di lavoro (paga estremamente bassa, stabilimento situato in località difficilmente raggiungibile, locali non riscaldati, ecc.) sono riservati alle donne”. 
“Alle donne si affidano i lavori monotoni e mal pagati e si manifesta sfiducia nei rari casi in cui vengono loro affidati lavori un poco più importanti”, anche se “infiniti sono i lavori che si affidano alle donne in considerazione della loro sveltezza, della agilità delle loro mani".

L'Italia invece era all'avanguardia ...
A testimonianza di cio' nel giugno 1962 la Direzione aziendale dell'Olivetti incarica il fotografo Ugo Mulas di realizzare un servizio sulla donna in fabbrica e il giornalista Domenico Tarantini sul n. 80 (marzo 1964) di “Notizie Olivetti” pubblicò obiettivamente e giornalisticamente un compendio del suo sopralluogo.

Così scriveva:
- "Le condizioni del lavoro femminile in Olivetti sono ben diverse da quelle descritte per l’industria parigina. Gli ambienti di lavoro sono assai più moderni e gradevoli; l’organizzazione dei processi produttivi è abbastanza flessibile e attenta alle esigenze personali delle lavoratrici.
In fabbrica non si segnalano particolari discriminazioni tra lavoro femminile e maschile, mentre l’articolato sistema dei servizi sociali offerti dall’Azienda contribuisce a migliorare la condizione del lavoro della donna, offrendo una più facile soluzione dei vari problemi legati alla maternità e all’infanzia".

Nel Bel Paese ogni attento lettore contemporaneo di quell'illustre periodo non provava nè meraviglia nè stupore nel leggere quelle lodi.
L'Italia era questo, Adriano Olivetti era questo !... e la società operaia godeva di questo .
Il lavoratore si sentiva partecipe al successo dell'azienda e il capo di essa si comportava con loro come un buon padre di famiglia.





Di seguito alcune foto con descrizione a testimonianza di quanto scritto...



In un reparto di sesso misto degli stabilimenti ICO di Ivrea operai e operaie lavorano al montaggio di parti di una macchina per scrivere. In primo piano, sfuocato, il convogliatore aereo che assicura il rifornimento dei pezzi da montare.
I






L'operaia alimenta due macchine a tavola rotante per la lavorazione di gruppi macchine per scrivere; intanto, si protegge la gonna con una copertina.














Operaia al lavoro in un reparto degli stabilimenti ICO di Ivrea per montare alcune parti di una macchina per scrivere.









In un reparto degli stabilimenti ICO di Ivrea un’operaia è impegnata in un’operazione di montaggio di precisione.















Negli anni ’60 la presenza femminile in fabbrica non si limita alle operazioni di montaggio, ma riguarda anche varie lavorazioni meccaniche, come nel caso dell’operaia Romilda che con un trapano manuale provvede alla alesatura di un mozzo.











Operazioni di montaggio di macchine in uno stabilimento ICO di via Jervis a Ivrea.












Operazioni di collaudo di una macchina per scrivere elettrica in uno stabilimento ICO di via Jervis a Ivrea.












In un reparto degli stabilimenti ICO di Ivrea alcune operaie sono intente a montare i cestelli portacarattei e di una macchina per scrivere.













In un reparto degli stabilimenti ICO di Ivrea alcune operaie sono intente a montare i cestelli portacarattei e di una macchina per scrivere.






In un reparto degli stabilimenti ICO di Ivrea un’operaia lavora alla produzione di componenti di macchine per ufficio con l’uso di una fresatrice.









Operaia al lavoro in un reparto degli stabilimenti ICO di Ivrea per montare alcune parti di una macchina per scrivere.













In un reparto degli stabilimenti ICO di Ivrea un’operaia è impegnata in un’operazione di precisione per montare le leve di selezione della scrittura di una macchina da calcolo su un piccolo telaio.














Fiori di campo ingentiliscono il posto di lavoro di una giovane operaia degli stabilimenti ICO di Ivrea.















Un’operaia si intrattiene con un compagno di lavoro in una pausa delle operazioni di montaggio presso gli stabilimenti ICO di Ivrea.













Un’operaia impegnata su una linea di montaggio negli stabilimenti ICO di Ivrea non rinuncia al rossetto…













Al lavoro su una linea di montaggio negli stabilimenti ICO di Ivrea, ma senza rinunciare ad eleganti scarpe di vernice…










E’ il momento della pausa per il pranzo: operaie e impiegate degli stabilimenti ICO di Ivrea si apprestano ad andare in mensa.









Andirivieni nei corridoi degli stabilimenti ICO di Ivrea al momento di andare in mensa.










Mentre si recano verso il posto di lavoro negli stabilimenti ICO di Ivrea, due operaie sono superate da un collega frettoloso.









Negli stabilimenti ICO di Ivrea due impiegate della segreteria di officina verificano i calcoli per la liquidazione dei cottimi degli operai.










Negli stabilimenti ICO di Ivrea, un’operaia è impegnata in operazioni di controllo e collaudo delle macchine uscite dalla linea di montaggio.













Negli stabilimenti ICO di Ivrea, accanto alle linee di produzione e montaggio, si trovano vari uffici dove lavorano numerosi impiegati e impiegate che svoilgono operazioni di servizio e supporto alla produzione.










Accanto agli operai impegnati sulle linee di produzione e montaggio, negli stabilimenti ICO di Ivrea lavorano anche diverse impiegate con funzioni amministrative o segretariali.















Camillo Olivetti in una storica foto di gruppo con i suoi dipendenti uomini e donne a testimonianza della vicinanza professionale ed umana verso quest'ultimi. Adriano Olivetti raccolse quest'apprezzata  particolarità dal padre fin dai primi giorni in cui prese in mano le redini dell'azienda.


Note: Tutte le immagini di quest'articolo appartengono al sito www.storiaolivetti.it